
Gli antibiotici sono tra i farmaci più importanti della medicina moderna. Hanno permesso di curare infezioni un tempo molto pericolose e continuano ogni giorno a salvare vite. Proprio per questo motivo devono essere utilizzati con attenzione.
Negli ultimi anni si è parlato molto del problema dell’antibiotico-resistenza, cioè della capacità di alcuni batteri di diventare resistenti ai farmaci che dovrebbero eliminarli. Ma oggi sappiamo che esiste anche un altro aspetto, forse meno conosciuto: gli antibiotici possono modificare profondamente il nostro microbioma intestinale, e alcune di queste modificazioni possono durare molto più a lungo di quanto si pensasse.
Questo problema è particolarmente importante nelle persone anziane e fragili.
È utile chiarire subito un concetto.
Quando si parla di resistenza agli antibiotici, non è il nostro organismo a diventare resistente. Sono i batteri che, sottoposti ripetutamente agli antibiotici, possono sviluppare o selezionare caratteristiche che consentono loro di sopravvivere.
Ogni volta che utilizziamo un antibiotico senza una reale necessità, per esempio per una comune infezione virale, esponiamo inutilmente i batteri presenti nel nostro organismo a una pressione selettiva.
I batteri sensibili vengono eliminati, mentre quelli resistenti possono sopravvivere e moltiplicarsi.
Il risultato è che, quando in futuro avremo realmente bisogno di un antibiotico, alcuni farmaci potrebbero risultare meno efficaci.
L’antibiotico-resistenza è ormai considerata una delle principali minacce sanitarie a livello mondiale.
Quando assumiamo un antibiotico tendiamo a immaginare che il farmaco agisca esclusivamente sul batterio che ci sta causando la malattia.
In realtà non è così.
Soprattutto gli antibiotici ad ampio spettro possono colpire contemporaneamente molte specie batteriche, comprese quelle che vivono normalmente nel nostro intestino.
Nel tratto intestinale convivono centinaia di specie di batteri insieme ad altri microrganismi. Questo complesso ecosistema viene indicato con il termine microbioma intestinale.
Il microbioma partecipa a numerose funzioni essenziali dell’organismo. Interviene nella digestione, nel metabolismo, nella produzione di sostanze utili, nella regolazione del sistema immunitario e soprattutto contribuisce a impedire che batteri potenzialmente pericolosi possano proliferare liberamente.
In condizioni normali esiste quindi un equilibrio tra noi e questi microrganismi.
Questo equilibrio viene definito omeostasi.
Un ciclo di antibiotici può alterare questo equilibrio.
Alcune specie batteriche diminuiscono, altre possono temporaneamente scomparire, mentre altre ancora possono diventare predominanti.
Questa modificazione della composizione del microbioma prende il nome di disbiosi.
Dopo la sospensione dell’antibiotico, nella maggior parte delle persone il microbioma tende progressivamente a recuperare. Tuttavia, la ricerca recente indica che il ritorno alla situazione precedente non è sempre completo.
Alcune alterazioni possono persistere per mesi e, in alcuni casi, persino per anni.
Uno studio pubblicato nel 2026 ha analizzato migliaia di adulti confrontando la composizione del loro microbioma con le terapie antibiotiche effettuate negli anni precedenti.
I ricercatori hanno osservato che l’esposizione ad alcuni antibiotici era ancora associata a modificazioni della flora intestinale anche a distanza di diversi anni.
Questo dato non significa che ogni ciclo antibiotico provochi inevitabilmente danni permanenti.
Significa però che l’effetto degli antibiotici sull’ecosistema intestinale può essere molto più prolungato di quanto immaginassimo.
Un microbioma sano è generalmente caratterizzato da una grande diversità di microrganismi.
La diversità rende l’ecosistema intestinale più stabile e più capace di reagire agli eventi esterni.
Quando molte specie diminuiscono, l’intestino può diventare più vulnerabile alla proliferazione di batteri potenzialmente patogeni.
Uno degli esempi più conosciuti è rappresentato dal Clostridioides difficile, un batterio che può essere presente nell’intestino senza provocare sintomi.
Dopo alcuni trattamenti antibiotici, però, i batteri che normalmente ne controllano la crescita possono diminuire.
Il Clostridioides difficile può allora proliferare e provocare diarrea importante e, nei casi più gravi, una vera e propria colite.
Questa complicanza è particolarmente frequente nell’anziano, soprattutto dopo ricoveri ospedalieri o ripetuti cicli antibiotici.
Con l’avanzare dell’età il microbioma intestinale tende già naturalmente a cambiare.
A questo possono aggiungersi diversi fattori: malattie croniche, alimentazione meno variata, riduzione dell’attività fisica, ricoveri ripetuti, assunzione di numerosi farmaci e frequenti terapie antibiotiche.
L’anziano fragile può quindi partire da una situazione in cui l’ecosistema intestinale è già meno stabile.
Inoltre gli antibiotici vengono frequentemente prescritti proprio nelle persone anziane, per infezioni urinarie, respiratorie, cutanee o dopo ricoveri ospedalieri.
Ogni ciclo terapeutico può modificare ulteriormente il microbioma.
Per questo motivo, nel paziente anziano, la decisione di iniziare un antibiotico dovrebbe sempre essere attentamente valutata.
Un problema particolarmente comune negli anziani è la cosiddetta batteriuria asintomatica.
Significa che nell’urinocoltura vengono trovati batteri, ma il paziente non presenta necessariamente una vera infezione urinaria.
La sola presenza di batteri nelle urine non significa sempre che sia necessario iniziare un antibiotico.
È il medico che deve valutare i sintomi, le condizioni generali del paziente, gli esami e l’eventuale presenza di segni di infezione.
Trattare automaticamente ogni urinocoltura positiva può portare a un consumo inutile di antibiotici, con conseguente aumento delle resistenze e maggiore alterazione del microbioma.
Il messaggio di questo articolo non è che gli antibiotici siano farmaci pericolosi da evitare.
Quando esiste un’infezione batterica importante, l’antibiotico deve essere utilizzato.
Polmoniti batteriche, pielonefriti, meningiti, sepsi e numerose altre infezioni richiedono una terapia rapida e appropriata.
Il problema nasce quando gli antibiotici vengono utilizzati senza una vera indicazione oppure quando si scelgono farmaci ad ampio spettro senza necessità.
Il principio corretto è semplice: utilizzare l’antibiotico giusto, per l’infezione giusta, alla dose giusta e per il tempo necessario.
Le ricerche suggeriscono che alcuni antibiotici sembrano alterare il microbioma più di altri.
Questo dipende dalla loro capacità di colpire un numero maggiore di specie batteriche e dalla loro distribuzione nell’organismo.
Per questo motivo, quando è possibile, il medico dovrebbe preferire un antibiotico mirato al microrganismo responsabile dell’infezione.
L’antibiogramma, quando disponibile, può aiutare a scegliere il farmaco più appropriato evitando l’uso inutile di antibiotici ad ampio spettro.
Anche la durata della terapia è importante. Non sempre una terapia più lunga è una terapia migliore.
Le linee guida moderne tendono, quando clinicamente possibile, a utilizzare il trattamento efficace per il periodo necessario, evitando prolungamenti non giustificati.
Molte persone assumono probiotici durante o dopo una terapia antibiotica nella speranza di “ricostruire” la flora intestinale.
Alcuni probiotici possono essere utili in situazioni specifiche, ma non esiste oggi un prodotto capace di ricreare completamente la complessità del microbioma umano.
Il microbioma comprende infatti centinaia di specie diverse, mentre i comuni probiotici ne contengono soltanto alcune.
Dopo una terapia antibiotica può essere utile favorire il recupero attraverso una dieta varia, ricca di fibre, verdure, frutta, legumi e cereali integrali, quando le condizioni cliniche del paziente lo consentono.
Usare correttamente gli antibiotici significa proteggere noi stessi, ma anche gli altri.
Ogni utilizzo non necessario aumenta infatti la possibilità che batteri resistenti possano svilupparsi e diffondersi nella popolazione.
La ricerca sul microbioma aggiunge oggi una seconda ragione per essere prudenti.
Un antibiotico non modifica soltanto il batterio che vogliamo eliminare, ma può influenzare un intero ecosistema che partecipa alla nostra salute.
Soprattutto nel paziente anziano e fragile, questo equilibrio merita di essere protetto.
Gli antibiotici rimangono farmaci fondamentali e spesso salvavita.
Proprio per questo dobbiamo conservarne l’efficacia e imparare a utilizzarli soltanto quando realmente necessari.
Dott. Giovanni Creton
Presidente Ryder Italia ETS









