
Un nuovo libro esplora ciò che la scienza sta scoprendo sul ruolo della musica nella memoria, nel movimento, nell’umore e nella riabilitazione neurologica.
La musica ci accompagna per tutta la vita. Una canzone può riportarci improvvisamente all’adolescenza, farci ricordare una persona che non vediamo da molti anni, cambiare il nostro umore o indurci quasi involontariamente a muovere un piede seguendo il ritmo. Per molto tempo questi effetti sono stati considerati soprattutto esperienze emotive. Oggi, invece, le neuroscienze stanno cercando di capire che cosa accade realmente nel cervello quando ascoltiamo o produciamo musica e se alcuni di questi meccanismi possano essere utilizzati anche in medicina.
È questo il tema di Music as Medicine: How We Can Harness Its Therapeutic Power (“La musica come medicina: come possiamo sfruttarne il potere terapeutico”), il libro del neuroscienziato canadese-americano Daniel J. Levitin, pubblicato nei paesi di lingua inglese nel 2025 e successivamente proposto anche in edizione paperback. Levitin è professore emerito di psicologia, neuroscienze e musica alla McGill University ed è, allo stesso tempo, musicista e compositore: una combinazione particolarmente adatta per studiare l’incontro tra cervello e musica.

Il libro è interessante soprattutto perché cerca di superare l’idea, un po’ generica, secondo cui “la musica fa bene”. Levitin esamina invece come, quando e perché possa essere utile, mettendo insieme neuroscienze, psicologia, fisiologia, studi clinici e osservazioni su pazienti con diverse malattie.
Uno dei punti più affascinanti è che ascoltare musica non è un’attività puramente uditiva. Quando percepiamo una melodia e soprattutto un ritmo, si attivano anche aree cerebrali coinvolte nella programmazione e nel controllo del movimento.
Persino una persona perfettamente immobile può mostrare, durante un esame di neuroimaging, l’attivazione dei circuiti che preparerebbero il corpo a muoversi.
È una dimostrazione di quanto cervello e corpo siano strettamente collegati. La musica non viene semplicemente “ascoltata”: viene in qualche modo vissuta dall’intero organismo.
Questo meccanismo potrebbe spiegare alcuni risultati ottenuti nella riabilitazione dei disturbi del movimento. Nella malattia di Parkinson, per esempio, stimoli musicali ritmici possono aiutare alcune persone a rendere il passo più regolare e a sincronizzare meglio i movimenti. La ricerca sulla stimolazione uditiva ritmica è oggi uno dei campi studiati nell’ambito della riabilitazione neurologica.
Un altro esempio particolarmente suggestivo riguarda alcune persone che, dopo un ictus, sviluppano un’afasia, cioè perdono in parte la capacità di parlare.
Le aree cerebrali coinvolte nel linguaggio possono essere danneggiate mentre altri circuiti legati alla musica rimangono relativamente conservati. In determinati pazienti è quindi possibile utilizzare tecniche nelle quali le parole vengono inizialmente cantate, aiutando progressivamente il cervello a costruire percorsi alternativi per recuperare alcune capacità linguistiche.
Non si tratta di un semplice intrattenimento musicale: è una vera strategia riabilitativa, che deve naturalmente essere applicata da professionisti qualificati e nei pazienti appropriati.
Probabilmente il capitolo che interessa maggiormente le famiglie riguarda la malattia di Alzheimer e le altre forme di demenza.
Molti caregiver conoscono un fenomeno sorprendente: una persona che sembra non riconoscere più alcuni eventi recenti può improvvisamente ricordare le parole di una canzone ascoltata sessant’anni prima.
Secondo Levitin, una possibile spiegazione è che la musica funzioni come segnale di recupero della memoria.
I nostri ricordi non vengono conservati isolatamente. Un’estate della nostra adolescenza, per esempio, è collegata alle persone che frequentavamo, ai luoghi, agli odori, ai film e alle canzoni di quel periodo. Riascoltare una di quelle canzoni può quindi riattivare un’intera rete di associazioni.
Nell’Alzheimer alcuni sistemi che permettono di “trovare” i ricordi si deteriorano. La musica potrebbe, in determinate circostanze, offrire una strada alternativa per raggiungere informazioni che non sono completamente scomparse ma sono diventate difficili da recuperare.
Questo non significa che la musica guarisca l’Alzheimer. È importante evitare interpretazioni eccessive. Significa però che interventi musicali personalizzati possono avere un ruolo nel migliorare momenti di comunicazione, partecipazione, relazione e qualità della vita, e questo rappresenta già un risultato molto importante.
Anche l’effetto della musica sull’umore è più complesso di quanto sembri.
Una musica rilassante può ridurre lo stato di tensione; una musica associata a esperienze positive può modificare temporaneamente il modo in cui interpretiamo alcuni ricordi; cantare o ballare può aggiungere movimento, socializzazione e attività fisica.
Ma non esiste una “musica terapeutica” valida per tutti.
Uno dei messaggi più importanti del libro è proprio questo: la risposta alla musica è profondamente personale.
Una composizione classica può tranquillizzare una persona e lasciare completamente indifferente un’altra. Una canzone rock può essere disturbante per qualcuno e rassicurante per chi l’ha amata per tutta la vita.
La biografia musicale di ciascuno di noi diventa quindi parte dell’intervento.
Per un anziano, la canzone ascoltata durante il matrimonio, il brano ballato a vent’anni o la musica che accompagnava le vacanze familiari possono avere un valore emotivo molto maggiore di una generica playlist definita “rilassante”.
Levitin dedica attenzione anche alla musica attiva: cantare, battere il tempo, suonare uno strumento.
Imparare o continuare a suonare richiede contemporaneamente attenzione, memoria, coordinazione delle mani, percezione uditiva e controllo motorio. È quindi un’attività particolarmente ricca dal punto di vista cerebrale.
Non bisogna diventare musicisti professionisti. Anche attività semplici, soprattutto nell’età avanzata, possono rappresentare una forma di stimolazione cognitiva, motoria e sociale.
È proprio l’aspetto sociale a essere spesso sottovalutato. Cantare in un coro, ascoltare musica insieme o ricordare vecchie canzoni significa anche parlare, condividere emozioni e interrompere l’isolamento.
Per le persone anziane questo elemento può essere importante quanto l’effetto strettamente neurologico.
Il titolo Music as Medicine potrebbe far pensare a una terapia capace di sostituire i farmaci. Non è questo il messaggio scientificamente più corretto del libro.
La musica non sostituisce una terapia per il Parkinson, un antidepressivo quando indicato, la riabilitazione dopo un ictus o le cure disponibili per la malattia di Alzheimer.
Può però diventare uno strumento complementare, poco invasivo e spesso piacevole, da integrare nell’assistenza e nella riabilitazione.
Ed è forse questo l’aspetto più importante del lavoro di Levitin.
La medicina moderna sta comprendendo sempre meglio che curare una persona non significa soltanto intervenire sulla malattia. Significa occuparsi anche del movimento, della memoria, delle emozioni, delle relazioni e della possibilità di mantenere un legame con la propria storia.
La musica possiede una caratteristica particolare: può raggiungere contemporaneamente molti di questi aspetti.
Music as Medicine si inserisce in un settore scientifico in rapida crescita. Anche altre importanti pubblicazioni dedicate al rapporto tra arti e salute descrivono ricerche sull’impiego della musica nel dolore, nell’ansia e nella depressione, nel recupero del linguaggio dopo un danno cerebrale e nei disturbi del movimento.
Il merito del libro di Levitin è quello di rendere questo mondo comprensibile anche ai non specialisti.
Ci ricorda soprattutto qualcosa che l’assistenza alle persone anziane e fragili non dovrebbe dimenticare: una canzone non è soltanto un insieme di note. Può contenere una parte della nostra identità, delle nostre relazioni e della nostra memoria.
E in alcune condizioni di malattia, proprio quella musica può diventare un piccolo ponte per raggiungere una persona che sembrava sempre più lontana.
Per chi si occupa di anziani, di malati neurologici, di assistenza domiciliare e di caregiver, questo è probabilmente il motivo principale per cui il libro di Daniel Levitin merita di essere conosciuto.
Dott. Giovanni Creton
Presidente Ryder Italia ETS









