
Per molti anni la ricerca sulla malattia di Alzheimer si è concentrata quasi esclusivamente sul cervello. L’attenzione è stata rivolta soprattutto a due proteine, beta-amiloide e tau, che nelle persone affette dalla malattia tendono ad accumularsi in maniera anomala nel tessuto cerebrale.
Questa interpretazione rimane fondamentale, ma negli ultimi anni il quadro si è fatto molto più complesso. Una nuova linea di ricerca suggerisce infatti che alcuni dei processi che favoriscono l’Alzheimer potrebbero iniziare molti anni prima della comparsa dei disturbi della memoria e coinvolgere non soltanto il cervello, ma anche il sistema immunitario e altri organi.
In particolare, gli studiosi stanno cercando di capire quale ruolo possa avere l’infiammazione cronica dell’organismo.
Un vasto studio genetico ha analizzato i dati di oltre 85.000 persone con Alzheimer e circa 485.000 persone senza la malattia, insieme all’attività dei geni in milioni di cellule provenienti da numerosi organi.
I ricercatori hanno studiato circa mille geni contenenti varianti associate a un aumento del rischio di Alzheimer.
Il risultato più sorprendente è stato che molti di questi geni non risultavano particolarmente attivi nel cervello, ma soprattutto in altri tessuti e nelle cellule del sistema immunitario.
Tra gli organi maggiormente interessati figuravano pelle, polmoni, apparato digerente e milza.
Pelle, polmoni e intestino hanno una caratteristica in comune: rappresentano grandi superfici di confine tra il nostro organismo e l’ambiente esterno. Ogni giorno devono difenderci da virus, batteri, sostanze tossiche e allergeni e, per farlo, attivano continuamente il sistema immunitario.
Da qui nasce un’ipotesi affascinante: in alcune persone geneticamente predisposte, una risposta infiammatoria persistente o eccessiva potrebbe contribuire, nel corso di molti anni, a creare condizioni favorevoli allo sviluppo dell’Alzheimer.
È però importante sottolineare un punto: si tratta ancora di un’ipotesi di ricerca e non della dimostrazione che un’infiammazione della pelle, dei polmoni o dell’intestino provochi l’Alzheimer.
Un altro dato interessante riguarda l’età.
L’attività di alcune varianti genetiche associate all’Alzheimer sembra essere particolarmente rilevante intorno ai 55-60 anni.
Altri studi avevano già osservato che le persone con livelli elevati di marcatori infiammatori durante la mezza età presentavano, molti anni più tardi, una maggiore probabilità di sviluppare deterioramento cognitivo o demenza.
Questo potrebbe significare che il periodo compreso, indicativamente, tra 45 e 60 anni rappresenti una finestra importante per la prevenzione.
Non dobbiamo quindi aspettare la vecchiaia per occuparci della salute del nostro cervello.
Oggi sappiamo che il cervello non è isolato dal resto dell’organismo come si pensava un tempo.
Quando si verifica un’infiammazione, il sistema immunitario produce molecole di comunicazione chiamate citochine. Questi segnali possono influenzare anche il sistema nervoso.
Esiste inoltre una struttura chiamata barriera emato-encefalica, che controlla il passaggio delle sostanze dal sangue al cervello. Con l’invecchiamento questa barriera può diventare meno efficiente.
Segnali infiammatori provenienti dal resto dell’organismo potrebbero quindi avere maggiori possibilità di interferire con il delicato equilibrio delle cellule cerebrali.
Una delle ipotesi allo studio è che un’infiammazione persistente possa contribuire ad attivare le cellule immunitarie del cervello e, nel tempo, favorire alterazioni delle connessioni tra i neuroni.
Il percorso preciso, tuttavia, non è stato ancora completamente chiarito.
Queste nuove ricerche non significano che dobbiamo dimenticare beta-amiloide e tau.
Le placche di beta-amiloide e gli accumuli anomali di tau rimangono caratteristiche biologiche fondamentali della malattia di Alzheimer e sono anche bersagli di alcuni dei trattamenti più recenti.
La domanda che la ricerca si sta ponendo è piuttosto un’altra:
queste proteine sono l’inizio della malattia o rappresentano una fase successiva di un processo cominciato molti anni prima?
Probabilmente non esiste una risposta semplice e uguale per tutti. L’Alzheimer potrebbe derivare dall’interazione di numerosi fattori: genetica, invecchiamento, sistema immunitario, salute cardiovascolare, metabolismo e accumulo delle proteine patologiche nel cervello.
Per questo è possibile che in futuro non esista una sola terapia, ma una combinazione di interventi utilizzati in momenti differenti della malattia.
Uno dei filoni più interessanti riguarda le vaccinazioni.
Diversi studi osservazionali hanno riscontrato una minore frequenza di demenza nelle persone vaccinate contro alcune infezioni. Particolare interesse ha suscitato il vaccino contro l’herpes zoster.
Alcuni studi hanno trovato una riduzione significativa delle diagnosi di demenza nelle persone vaccinate rispetto a quelle non vaccinate.
Un’associazione simile è stata osservata anche in persone che avevano ricevuto il BCG, utilizzato in particolari circostanze anche nel trattamento del tumore della vescica.
Perché?
Una possibilità è che prevenire determinate infezioni riduca gli episodi infiammatori capaci di influenzare il cervello. Un’altra ipotesi è che alcuni vaccini possano modificare favorevolmente la risposta del sistema immunitario.
Sono risultati promettenti, ma non dobbiamo interpretarli come la dimostrazione che esista già un “vaccino contro l’Alzheimer”. Saranno necessari ulteriori studi per comprendere il rapporto di causa ed effetto.
La parte forse più utile di queste ricerche è che molti dei fattori che sembrano proteggere il cervello coincidono con quelli che proteggono cuore, vasi sanguigni e organismo nel suo complesso.
Le evidenze disponibili indicano l’importanza di:
- svolgere regolarmente attività fisica;
- seguire un’alimentazione vicina alla dieta mediterranea, ricca di verdura, frutta, legumi, cereali integrali, pesce e olio d’oliva;
- non fumare;
- limitare il consumo di alcol;
- controllare adeguatamente pressione arteriosa, colesterolo e diabete;
- mantenere una vita socialmente e mentalmente attiva;
- prevenire e curare correttamente le infezioni e le patologie croniche;
- seguire, con il proprio medico, le vaccinazioni raccomandate per età e condizioni di salute.
Nessuno di questi interventi garantisce che una persona non svilupperà l’Alzheimer. Nel loro insieme, però, contribuiscono a ridurre diversi fattori associati al rischio di demenza e contemporaneamente migliorano la salute generale.
Forse il cambiamento più interessante è proprio questo.
La ricerca sta progressivamente abbandonando l’idea dell’Alzheimer come una malattia che compare improvvisamente nel cervello di una persona anziana. Potrebbe essere invece un processo molto lungo, che comincia decenni prima dei primi vuoti di memoria.
Genetica, sistema immunitario, infiammazione, metabolismo, salute dei vasi sanguigni, infezioni, beta-amiloide e tau potrebbero essere parti diverse dello stesso complesso mosaico.
Questo nuovo modo di vedere la malattia potrebbe anche spiegare perché sia così difficile curare l’Alzheimer quando i sintomi sono ormai evidenti: in quella fase molti cambiamenti biologici potrebbero essere presenti da anni.
La grande speranza è quindi riuscire a identificare molto prima le persone a rischio e intervenire quando il processo è ancora modificabile.
Non sappiamo ancora se controllare l’infiammazione periferica riuscirà effettivamente a prevenire l’Alzheimer. Ma questa nuova strada di ricerca ci ricorda qualcosa di importante: per proteggere il cervello dobbiamo probabilmente prenderci cura dell’intero organismo, e dobbiamo cominciare molto prima della vecchiaia.
La ricerca sull’Alzheimer sta quindi entrando in una fase nuova. Non esiste ancora una soluzione definitiva, ma comprendere sempre meglio i meccanismi che precedono la malattia significa aumentare le possibilità di prevenirla, diagnosticarla precocemente e, un giorno, trattarla in maniera molto più efficace.
Dott. Giovanni Creton
Presidente Ryder Italia ETS









