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Troppo tempo dal medico? Il peso invisibile dell’assistenza sanitaria sugli anziani in Italia.

Invecchiare oggi significa spesso vivere più a lungo, ma anche convivere con una sanità sempre più frammentata. Molti anziani italiani hanno la sensazione di “passare la vita dal medico”, tra visite, esami, controlli, ricette, referti e spostamenti. Una sensazione che non è solo soggettiva: è un fenomeno reale, crescente e poco discusso. Quello che raramente […]

Invecchiare oggi significa spesso vivere più a lungo, ma anche convivere con una sanità sempre più frammentata. Molti anziani italiani hanno la sensazione di “passare la vita dal medico”, tra visite, esami, controlli, ricette, referti e spostamenti. Una sensazione che non è solo soggettiva: è un fenomeno reale, crescente e poco discusso.

Quello che raramente viene considerato è il tempo sottratto alla vita: giorni interi trascorsi tra sale d’attesa, ambulatori, laboratori e farmacie. Un tempo che pesa, stanca e, paradossalmente, può far sentire “malati” anche chi è ancora attivo e relativamente in buona salute.

Quanti giorni della vita finiscono nella sanità?

In Italia non esiste ancora una misurazione sistematica come negli Stati Uniti, ma i dati indiretti e l’esperienza clinica raccontano una realtà simile.

Una persona over 65 con due o tre patologie croniche può arrivare facilmente a 15–20 accessi sanitari all’anno. Chi convive con più malattie croniche può superare 30–40 giornate annue dedicate alla sanità. Per i pazienti fragili o poco mobili, ogni visita implica spesso un accompagnatore, trasporti complessi, attese prolungate e affaticamento fisico e mentale.

Perché succede?

Una delle cause principali è la frammentazione delle cure. Ogni organo ha il suo specialista, ma spesso manca un vero coordinamento. Ognuno prescrive controlli di routine, raramente armonizzati tra loro.

Un secondo elemento è la ripetizione di esami per automatismo: controlli fatti “per sicurezza” o perché “si è sempre fatto così”, senza chiedersi se quel test cambierà davvero la gestione clinica.

Esiste poi il tema delle prestazioni di basso valore, in particolare alcuni screening in età avanzata che possono generare più danni che benefici, innescando ulteriori esami, trattamenti invasivi e stress.

Il carico terapeutico

Oggi si parla sempre più di carico terapeutico: non solo farmaci ed effetti collaterali, ma tutto il lavoro richiesto al paziente per restare dentro il sistema sanitario. Fissare appuntamenti, spostarsi, attendere, gestire ricette ed esenzioni, ripetere la propria storia clinica.

Quando questo carico diventa eccessivo, la cura stessa può trasformarsi in una fonte di sofferenza.

Quando fare di più non significa curare meglio

In alcune situazioni, soprattutto in età avanzata, l’eccesso di cure può ridurre la qualità di vita e portare le persone a rinunciare anche a terapie utili perché semplicemente non ce la fanno più.

Come difendersi: strumenti pratici

È importante fare domande: questo esame cambierà qualcosa? Esiste un’alternativa meno impegnativa? Cosa succede se non lo faccio?

Molti controlli possono essere diradati se la situazione è stabile. Il medico di medicina generale dovrebbe fungere da punto di sintesi delle cure, evitando duplicazioni.

Quando possibile, è utile ricorrere a cure domiciliari, prelievi a casa, telemedicina e monitoraggi domiciliari. Curarsi a casa riduce stress e fatica.

Soprattutto, è fondamentale rimettere al centro la qualità della vita. Non tutto ciò che è tecnicamente possibile è sempre necessario.

Verso una medicina più rispettosa del tempo

Serve una sanità che rispetti il tempo delle persone, riduca il superfluo, coordini meglio e curi senza invadere. Difendersi dall’eccesso di cure non significa rinunciare alla salute, ma scegliere una medicina più umana e centrata sulla persona.

Dott. Giovanni Creton
dicembre 2025

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