
Per molti anni parlare di demenza significava parlare soprattutto di perdita progressiva delle capacità cognitive e di assenza di cure realmente efficaci. Oggi, però, qualcosa sta cambiando.
La ricerca scientifica sta facendo passi avanti importanti sia nella diagnosi precoce sia nello sviluppo di nuovi trattamenti. Allo stesso tempo, cresce la consapevolezza che molti fattori legati allo stile di vita possano ridurre il rischio di sviluppare alcune forme di demenza.
Per pazienti, caregiver e famiglie questo significa una cosa importante: non tutto è inevitabile e la prevenzione può avere un ruolo concreto.
L’invecchiamento della popolazione ha portato a un aumento significativo dei casi di demenza in tutto il mondo.
Oggi milioni di famiglie convivono con:
- malattia di Alzheimer;
- demenza vascolare;
- demenza con corpi di Lewy;
- demenza frontotemporale.
Questo aumento rende fondamentale l’investimento non solo nella ricerca farmacologica, ma anche nell’assistenza domiciliare, nel sostegno ai caregiver e nei servizi territoriali.
Una delle novità più promettenti riguarda i biomarcatori ematici.
Fino a poco tempo fa, per diagnosticare l’Alzheimer erano spesso necessari esami complessi e costosi, come PET cerebrali o punture lombari. Oggi la ricerca sta sviluppando semplici esami del sangue capaci di identificare proteine associate alla malattia.
Questi test potrebbero:
- permettere diagnosi più precoci;
- facilitare lo screening;
- ridurre tempi e costi;
- identificare i pazienti candidati ai nuovi trattamenti.
Per ora questi esami sono ancora utilizzati soprattutto in ambito di ricerca, ma potrebbero entrare nella pratica clinica nei prossimi anni.
Per oltre vent’anni i trattamenti disponibili hanno avuto un effetto limitato sui sintomi, senza modificare realmente il decorso della malattia.
Recentemente, però, alcuni nuovi farmaci (lecanemab e donanemab) hanno aperto prospettive diverse.
Questi medicinali agiscono riducendo l’accumulo della proteina amiloide nel cervello, una delle alterazioni tipiche dell’Alzheimer.
Gli studi clinici hanno mostrato un rallentamento della progressione della malattia nelle fasi iniziali.
Non si tratta ancora di una cura definitiva, ma rappresentano un cambiamento storico perché per la prima volta si cerca di intervenire direttamente sui meccanismi biologici della malattia.
La ricerca sulla demenza non riguarda soltanto le medicine.
Molti studi si concentrano anche su:
- la stimolazione cognitiva;
- le tecnologie domiciliari;
- la telemedicina;
- gli esercizi mentali;
- il supporto psicologico;
- il miglioramento della qualità della vita.
Anche la tecnologia potrebbe aiutare gli anziani fragili a mantenere più a lungo autonomia e sicurezza all’interno del proprio domicilio.
In futuro dispositivi intelligenti, sistemi di monitoraggio e assistenza domiciliare integrata potranno diventare strumenti sempre più importanti.
Una delle notizie più incoraggianti è che molti casi potrebbero essere prevenibili o ritardabili.
Secondo numerosi studi internazionali, quasi la metà dei casi di demenza potrebbe essere influenzata da fattori modificabili.
Il cervello dipende strettamente dalla salute cardiovascolare.
Per questo è importante:
- controllare la pressione arteriosa;
- curare il diabete;
- ridurre il colesterolo;
- evitare il fumo;
- mantenere un peso adeguato.
Anche una semplice camminata quotidiana può avere effetti positivi sul cervello.
La dieta mediterranea sembra avere un ruolo protettivo grazie a:
- frutta e verdura;
- pesce;
- olio d’oliva;
- legumi;
- riduzione degli alimenti industriali.
Una buona alimentazione aiuta a ridurre infiammazione e danni vascolari.
Il cervello ha bisogno di essere stimolato.
Leggere, fare parole crociate, imparare nuove attività, mantenere hobby e relazioni sociali può aiutare a preservare le funzioni cognitive.
Anche la solitudine rappresenta un fattore di rischio importante negli anziani.
Restare inseriti nella vita familiare e sociale significa proteggere non solo il benessere psicologico, ma anche quello cognitivo.
Negli ultimi anni si è scoperto che anche la perdita dell’udito può aumentare il rischio di demenza.
Per questo è importante:
- controllare l’udito;
- utilizzare eventuali protesi acustiche;
- evitare l’isolamento comunicativo.
Anche il sonno ha un ruolo fondamentale. Disturbi cronici del sonno o apnee notturne possono influire negativamente sulla salute cerebrale.
Anche con i progressi della medicina, l’assistenza umana resta centrale.
La persona con demenza ha bisogno di:
- sicurezza;
- continuità;
- relazione;
- ascolto;
- dignità.
Per questo motivo il sostegno ai caregiver è fondamentale quanto la terapia farmacologica.
Le reti domiciliari, il volontariato e il Terzo Settore possono rappresentare un aiuto prezioso per evitare isolamento e abbandono delle famiglie.
La demenza resta una malattia complessa e difficile, ma oggi il futuro appare meno immobile rispetto al passato.
La ricerca sta accelerando:
- nuove diagnosi precoci;
- nuovi farmaci;
- tecnologie di supporto;
- maggiore attenzione alla prevenzione.
Il messaggio più importante è che non bisogna perdere speranza e non bisogna affrontare tutto da soli.
Una società più preparata, più solidale e più attenta agli anziani fragili può fare una grande differenza nella vita delle persone colpite da demenza e nella vita delle loro famiglie.
Dott. Giovanni Creton
Presidente Ryder Italia ETS









