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Vaccinazioni nell’anziano: effetti a lungo termine sulla salute (seconda parte)

Vaccini, infiammazione e protezione del cervello. Tra i benefici off-target più sorprendenti delle vaccinazioni, quelli legati alla salute del cervello stanno attirando un’attenzione crescente. In una società europea sempre più anziana, la demenza rappresenta una delle sfide sanitarie e sociali più importanti. Per questo, l’idea che alcune vaccinazioni possano ridurre il rischio di declino cognitivo […]

Vaccini, infiammazione e protezione del cervello.

Tra i benefici off-target più sorprendenti delle vaccinazioni, quelli legati alla salute del cervello stanno attirando un’attenzione crescente. In una società europea sempre più anziana, la demenza rappresenta una delle sfide sanitarie e sociali più importanti. Per questo, l’idea che alcune vaccinazioni possano ridurre il rischio di declino cognitivo è particolarmente rilevante.

Negli ultimi anni, numerosi studi hanno osservato un’associazione tra vaccinazioni comuni e una riduzione del rischio di demenza, inclusa la malattia di Alzheimer e la demenza vascolare. Una recente meta-analisi pubblicata sulla rivista Age and Ageing, coordinata dalla dottoressa Stefania Maggi, ha analizzato 21 studi condotti in Europa, Asia e Nord America, coinvolgendo oltre 104 milioni di persone. I risultati mostrano associazioni consistenti: la vaccinazione contro l’herpes zoster è stata associata a una riduzione del rischio di demenza del 24%, quella antinfluenzale del 13%, la vaccinazione antipneumococcica a una riduzione fino al 36% del rischio di Alzheimer. Anche il vaccino Tdap (tetano, difterite e pertosse) è stato associato a una riduzione di circa un terzo dei casi di demenza.

Uno degli studi più convincenti è nato quasi per caso in Galles, sfruttando un vero e proprio “esperimento naturale”. Quando il primo vaccino contro l’herpes zoster è stato introdotto, era disponibile solo per le persone che non avevano ancora compiuto 80 anni. Chi aveva superato quella soglia ne era escluso. In sette anni di osservazione, i tassi di demenza si sono ridotti del 20% tra coloro che avevano diritto alla vaccinazione, nonostante solo circa la metà avesse effettivamente ricevuto il vaccino. Studi successivi in Australia e negli Stati Uniti hanno confermato risultati simili.

È fondamentale essere corretti dal punto di vista scientifico: la maggior parte di questi studi è osservazionale. Per ragioni etiche, non è possibile negare un vaccino efficace a un gruppo di controllo. Questo comporta il rischio del cosiddetto bias del volontario sano: le persone che si vaccinano potrebbero avere anche altri comportamenti salutari. Tuttavia, i ricercatori tengono conto di numerosi fattori – età, sesso, stato di salute, livello di istruzione – e la coerenza dei risultati rafforza l’ipotesi che l’effetto protettivo sia reale.

Quale potrebbe essere il meccanismo alla base di questi benefici? La spiegazione più condivisa riguarda il ruolo dell’infiammazione. Ogni infezione importante attiva una risposta infiammatoria che, soprattutto negli anziani, può avere effetti dannosi a lungo termine: danneggiare i vasi sanguigni, favorire la formazione di coaguli, accelerare processi neurodegenerativi. Anche dopo la guarigione clinica, l’organismo può rimanere in uno stato di infiammazione persistente.

Prevenire l’infezione significa quindi prevenire anche questa cascata di effetti. Inoltre, il ricovero ospedaliero in sé rappresenta un fattore di rischio per il declino cognitivo: durante una degenza, gli anziani possono sviluppare delirio, perdita di orientamento e riduzione dell’autonomia funzionale. I vaccini che riducono il rischio di ospedalizzazione possono quindi contribuire indirettamente a preservare la funzione cognitiva.

Anche la vaccinazione contro il Covid-19 è stata associata a un minor rischio di sviluppare Covid lungo, una condizione che può includere disturbi cognitivi, affaticamento cronico e sintomi depressivi. Altri studi stanno esplorando il possibile ruolo dei vaccini nella riduzione del rischio di ictus, infarti e persino nel miglioramento della sopravvivenza in alcune patologie oncologiche.

Nonostante queste evidenze, le coperture vaccinali negli anziani restano insufficienti, anche in Europa e in Italia. Molte persone over 65 non ricevono regolarmente il vaccino antinfluenzale, e ancora meno accedono alle vaccinazioni contro herpes zoster, pneumococco o RSV. Questo significa rinunciare non solo a una protezione contro le infezioni, ma anche a potenziali benefici a lungo termine sulla salute globale.

Il messaggio che emerge dalla ricerca è rassicurante: i vaccini utilizzati oggi negli anziani sono sicuri, ben studiati e ben tollerati. Vaccinarsi in età avanzata non è un gesto tardivo o inutile, ma una scelta attiva per proteggere il cuore, il cervello, l’autonomia e la qualità della vita.

Dott. Giovanni Creton

Gennaio 2026

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