La radioterapia è uno degli aspetti integrali dell’approccio multidisciplinare nella cura del cancro; è stato valutato che dal 50% al 60% di tutti pazienti oncologici possono trovare beneficio da questo trattamento. In particolare la radioterapia ha un ruolo fondamentale nelle cure palliative. Poiché in quasi tutti i paesi industrializzati, i reparti di radioterapia sono inferiori alle necessità cliniche, in presenza di risorse limitate la priorità per questa modalità viene data ai trattamenti curativi, a scapito di quelli palliativi, privando in questo modo una gran parte di malati di una terapia efficace e poco costosa. In quasi tutti i paesi industrializzati, in seguito al miglioramento delle terapie ed all’invecchiamento della popolazione, la richiesta di radioterapia palliativa è negli ultimi anni incrementata, ma non completamente soddisfatta. Purtroppo molti medici e una parte del personale sanitario ha scarsa conoscenza sulla efficacia della radioterapia e spesso non la considerano utile nel trattamento dei pazienti affetti da un tumore in fase avanzata. Una migliore comprensione del ruolo della radioterapia nel trattamento del cancro può indurre molti medici di famiglia nel prendere in considerazione questo trattamento per la cura dei loro pazienti.
Con questo articolo iniziamo a pubblicare alcune tematiche nel campo delle cure palliative, con particolare attenzione ai medici di medicina generale che in quanto responsabili dell'assistenza sul territorio avranno sempre più un ruolo fondamentale nel futuro della medicina che prevede un evidente e necessario spostamento dell'assistenza dai reparti ospedalieri ai servizi domiciliari.
Dice Cicerone “ per un malato, finché c’è vita c’è speranza”. La speranza nel campo della terapia dei tumori è spesso confusa con la speranza di una cura. Tuttavia, quando ad una persona viene diagnosticato un tumore in stadio avanzato, non ci sono cure possibili, la durata della vita è incerta e la vita stessa può sembrare tutto ma non piena di speranze. I malati terminali spesso hanno problemi fisici e psicologici che alla fine portano anche una sensazione di perdita di dignità. Come deve essere, quindi, intesa la speranza nell’ambito di una malattia terminale? Ovvero in che consiste? Che interventi possono attuare medici e ricercatori per sostenere la speranza nei malati terminali e nei loro familiari e come possono essere valutati questi interventi?
Abbiamo già parlato dello studio effettuato dall’Università di Harvard sul rapporto tra pratiche religiose e salute, argomento che negli ultimi anni ha attirato l’attenzione di molti studiosi. Su questo tema esistono due libri dello psichiatra americano Harold G. Koenig, Direttore del Centro per la Spiritualità, la Teologia e la Salute della Duke University.
Lo stesso Koenig ha pubblicato nel 2012 un lungo articolo (http://www.hindawi.com/journals/isrn/2012/278730/) sui rapporti tra religione e salute mentale e, più in generale, tra religione e salute fisica.
Cosa afferma il dottor Koenig ?
La Harvard Business Review nel 2013 ha pubblicato un articolo che riguarda l'esperienza di una Organizzazione americana senza fini di lucro la Intermountain che ha focalizzato l'assistenza ad una particolare tipologia di pazienti che negli USA chiamano Hotspotter. Con questo termine si intende quella popolazione di malati che incide in modo sproporzionato sui costi sanitari e che in genere è rappresentata dai pazienti piu fragili, anziani, affetti da piu patologie e con criticità sociali ed economiche. Dallo studio di questi pazienti è possibile individuare forme di assistenza e percorsi di cura, oltre che nuove forme organizzative, utili a cercare di ridurre il costo sanitario di questi malati.