
Negli ultimi decenni ci è stato ripetuto fino alla nausea che la salute dipende soprattutto da noi: da ciò che mangiamo, da quanto ci muoviamo, da quanto siamo disciplinati e determinati. Dieta, palestra, stili di vita “corretti” sono diventati il centro del discorso pubblico sulla salute. Ma secondo Devi Sridhar, professoressa di sanità pubblica globale, questa visione è non solo incompleta, ma profondamente fuorviante. Nel suo libro ‘How Not to Die (Too Soon)’, Sridhar sostiene che ci è stato venduto un mito gigantesco: l’idea che la salute sia quasi esclusivamente una responsabilità individuale.
Il vero fattore determinante della salute collettiva, spiega l’autrice, non è la forza di volontà dei singoli, ma l’azione dei governi attraverso politiche di salute pubblica efficaci. Acqua potabile, aria pulita, vaccinazioni, sicurezza stradale, accesso universale alle cure: sono questi gli interventi che hanno allungato in modo sostanziale la vita umana negli ultimi cento anni, molto più di qualsiasi moda alimentare o programma di allenamento.
Sridhar non nega l’importanza delle scelte individuali. Mangiare bene, muoversi, evitare fumo e alcol in eccesso funzionano, e funzionano davvero. Ma funzionano soprattutto per chi ha tempo, risorse, istruzione e contesto favorevole. Pensare che tutti partano dalle stesse condizioni significa ignorare una realtà evidente: il luogo in cui si nasce, il quartiere in cui si vive, il livello di reddito e l’accesso ai servizi sanitari influenzano profondamente quanto a lungo e quanto bene vivremo.
L’idea che “se ti ammali è colpa tua” è comoda, perché sposta l’attenzione dai fattori strutturali e politici. Se la salute è una responsabilità esclusivamente personale, allora lo Stato può chiamarsi fuori. Ma i dati raccontano un’altra storia: quando si osservano miglioramenti su larga scala – calo della mortalità infantile, aumento dell’aspettativa di vita, riduzione delle malattie infettive – questi cambiamenti quasi sempre seguono decisioni collettive, non scelte individuali.
Il mito della salute individuale è potente perché è rassicurante. Ci fa sentire padroni del nostro destino: “Se mi impegno abbastanza, starò bene”. È un messaggio facile da comunicare e perfetto per il marketing. Non a caso, l’industria del benessere prospera su soluzioni personalizzate, integratori, diete miracolose e influencer che promettono risultati rapidi.
La salute pubblica, al contrario, è meno “sexy”. Non si vende facilmente. Nessuno posta sui social un acquedotto che funziona o una legge sull’inquinamento atmosferico. Eppure, sono proprio queste infrastrutture invisibili che salvano milioni di vite. Sridhar sottolinea come la sanità pubblica soffra di un problema di comunicazione: viene spesso percepita come autoritaria, limitante, quasi nemica della libertà individuale, quando in realtà è ciò che rende la libertà possibile, permettendo alle persone di vivere più a lungo e in condizioni migliori.
Ci sono ambiti in cui l’azione personale è semplicemente insufficiente. Cosa può fare un singolo cittadino contro l’inquinamento dell’aria? O contro l’assenza di acqua potabile sicura? O contro strade progettate male che aumentano il rischio di incidenti? In questi casi, la salute è letteralmente “nell’aria che respiriamo” e nelle scelte urbanistiche, industriali e ambientali che vengono fatte a monte.
Lo stesso vale per la prevenzione delle malattie infettive. Le vaccinazioni sono uno degli strumenti più potenti mai sviluppati dalla medicina, ma funzionano davvero solo se adottate su larga scala. La diffusione di disinformazione sui social media ha dimostrato quanto fragile possa essere questo equilibrio: voci non qualificate, ma molto popolari, riescono a influenzare l’opinione pubblica più delle autorità sanitarie, mettendo a rischio conquiste che davamo per scontate.
Un punto centrale del libro è che le buone politiche di salute pubblica sono spesso impopolari all’inizio. È successo con le cinture di sicurezza, con il divieto di fumo nei luoghi chiusi, con i limiti di velocità. All’inizio c’è resistenza, proteste, accuse di paternalismo. Poi, nel giro di pochi anni, quelle regole diventano la norma e nessuno vorrebbe tornare indietro.
Un esempio emblematico, citato anche da Sridhar, è il controllo delle armi da fuoco introdotto in seguito a gravi eventi traumatici. Misure legislative severe, contestate all’epoca, hanno prodotto nel tempo risultati straordinari in termini di riduzione della violenza e di vite salvate. È la dimostrazione concreta che le scelte collettive possono avere effetti profondi e duraturi sulla salute e sulla sicurezza di intere generazioni.
L’obiettivo della salute pubblica non è semplicemente allungare la vita biologica, ma favorire un invecchiamento sano. Arrivare a 80, 90 o 100 anni con buone capacità fisiche e cognitive, senza essere schiacciati da malattie croniche evitabili come diabete, ipertensione o insufficienza cardiaca. Questo non è solo un vantaggio per l’individuo, ma anche per il sistema sanitario e sociale, che viene alleggerito da costi enormi legati alla non autosufficienza.
In questa prospettiva, l’invecchiamento non dovrebbe essere visto come un problema, ma come un successo della società. Una popolazione più anziana e più sana può restare attiva, autonoma, partecipe, riducendo la pressione sull’assistenza e migliorando la qualità della vita collettiva.
Uno dei messaggi più forti del libro è l’importanza di spostare risorse dalla cura alla prevenzione. Oggi gran parte della spesa sanitaria è assorbita dalla gestione delle emergenze e delle malattie in fase avanzata. Ma molte di queste condizioni potrebbero essere intercettate prima, con programmi di screening semplici e poco costosi: controllo della pressione arteriosa, del peso addominale, della glicemia, del colesterolo, della forza muscolare.
Sono interventi che costano qualcosa oggi, ma che fanno risparmiare enormemente domani, evitando ricoveri, disabilità e perdita di autonomia. Non servono scoperte rivoluzionarie: gran parte delle conoscenze necessarie esiste già. Continuare a invocare “ulteriori ricerche” rischia di diventare un alibi per rimandare decisioni politiche difficili ma necessarie.
La tesi di Sridhar è chiara: la salute pubblica è una scelta politica. Nulla di ciò che oggi diamo per scontato – dagli ospedali ai sistemi di emergenza, dalle vaccinazioni alla sicurezza alimentare – è nato per caso. Sono il risultato di decisioni prese anni o decenni fa, i cui benefici ricadono sulle generazioni successive.
Capire questo significa anche recuperare una dimensione di speranza. Le politiche che scegliamo oggi potrebbero non mostrare risultati immediati, ma possono cambiare radicalmente la salute dei nostri figli e nipoti. In un’epoca dominata dal breve termine e dal ciclo continuo delle notizie, pensare a 10 o 20 anni avanti è difficile, ma indispensabile.
Il libro di Devi Sridhar ci invita a rivedere le nostre priorità. Non per abbandonare la responsabilità individuale, ma per ricollocarla dentro un quadro più ampio, in cui la salute dei singoli è inseparabile dalla salute della comunità. La vera “pallottola magica” non è una dieta, un farmaco o un allenamento segreto, ma un insieme di scelte collettive che rendono la vita più lunga, più sicura e più dignitosa per tutti.
Per chi si occupa di assistenza, cura e accompagnamento delle persone fragili, questo messaggio è particolarmente rilevante: senza una sanità pubblica forte, equa e lungimirante, anche i migliori sforzi individuali rischiano di non bastare.
Dott. Giovanni Creton









