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Screening del tumore del polmone: una grande opportunità per salvare vite in Italia.

Il tumore del polmone rappresenta una delle più grandi sfide della sanità pubblica italiana. Nonostante i progressi nelle terapie oncologiche, la sopravvivenza a lungo termine rimane modesta, soprattutto perché la maggior parte dei casi viene scoperta in fase avanzata. In Italia si registrano ogni anno circa 44.000 nuove diagnosi e oltre 34.000 decessi, numeri che […]
Il tumore del polmone rappresenta una delle più grandi sfide della sanità pubblica italiana. Nonostante i progressi nelle terapie oncologiche, la sopravvivenza a lungo termine rimane modesta, soprattutto perché la maggior parte dei casi viene scoperta in fase avanzata. In Italia si registrano ogni anno circa 44.000 nuove diagnosi e oltre 34.000 decessi, numeri che collocano il carcinoma polmonare come la prima causa di morte oncologica nel nostro Paese. La diagnosi precoce è oggi considerata la strategia più efficace per ridurre la mortalità, ancora più della disponibilità di nuovi farmaci per le forme metastatiche.

Uno strumento fondamentale per la diagnosi precoce è la TAC spirale a basso dosaggio (LDCT), un esame rapido, indolore e non invasivo, che utilizza una quantità minima di radiazioni e permette di identificare noduli polmonari anche molto piccoli. Diversi studi internazionali, tra cui uno recente pubblicato sul Journal of the American Medical Association (JAMA), hanno dimostrato che questo tipo di screening può salvare decine di migliaia di vite in pochi anni. Negli Stati Uniti, ad esempio, si stima che lo screening potrebbe prevenire oltre 62.000 decessi in un quinquennio, un numero quattro volte superiore rispetto a oggi.


Il problema principale, tuttavia, è la scarsa diffusione. Anche negli Stati Uniti, dove lo screening è raccomandato da anni per le persone a rischio, solo il 18% degli aventi diritto si sottopone alla TAC annuale. In confronto, le percentuali di adesione per mammografie, colonscopie o Pap test raggiungono il 70–80%. Le ragioni sono molteplici: scarsa informazione, difficoltà nell’identificare chi è realmente idoneo, timore di essere giudicati come fumatori, difficoltà logistiche e ostacoli socioeconomici.

In Italia, la situazione è simile. Lo screening del tumore del polmone non è ancora attivo come programma nazionale strutturato, a differenza della mammografia o della colonscopia. Tuttavia, negli ultimi anni sono stati avviati diversi progetti pilota, in particolare la Rete Italiana Screening Polmonare (RISP), che coinvolge 18 centri su tutto il territorio nazionale. I primi risultati sono molto incoraggianti: oltre il 70% dei tumori identificati nei progetti di screening risulta essere in una fase iniziale, quando è possibile intervenire in modo curativo. Questo rappresenta un netto miglioramento rispetto alla pratica clinica attuale, dove quasi il 70% delle diagnosi arriva in fase avanzata.

Secondo le linee guida attuali, dovrebbero sottoporsi allo screening le persone tra i 50 e i 75 anni con una storia di fumo significativa, cioè almeno 30 pacchetti/anno, o che abbiano smesso da meno di 15 anni. Il calcolo dei pacchetti/anno, però, può essere complesso: una persona che ha fumato un pacchetto al giorno per trent’anni rientra nella categoria, ma lo stesso vale per chi ha fumato due pacchetti al giorno per quindici anni. Ricostruire con precisione queste informazioni richiede tempo e spesso anche memoria da parte del paziente.

Inoltre, un limite importante delle attuali linee guida è che non includono molte persone che si ammalano comunque di tumore del polmone. Le statistiche indicano infatti che circa il 50% dei nuovi casi riguarda persone che non rientrano nei criteri di screening: fumatori moderati, ex-fumatori che hanno smesso da più di 15 anni, o individui con esposizione significativa a inquinamento urbano, radon domestico o fumo passivo. Per questo motivo, diversi esperti suggeriscono di ampliare i criteri, ad esempio includendo chi ha fumato per lungo tempo anche se ha smesso da molti anni. Secondo lo studio pubblicato su JAMA, questo ampliamento potrebbe salvare altre 30.000 vite solo negli Stati Uniti. Rapportando questi dati alla popolazione italiana, si stima che potremmo prevenire ulteriori 3.000–5.000 decessi l’anno, oltre a quelli già evitabili con i criteri attuali.

Naturalmente, lo screening non è privo di limiti. Come ogni esame diagnostico, può dare falsi positivi, generando ansia e la necessità di ulteriori accertamenti. È anche possibile individuare lesioni che non avrebbero mai dato problemi clinici, un fenomeno noto come “sovradiagnosi”. Per questo motivo, lo screening dovrebbe sempre essere eseguito in centri qualificati, con protocolli chiari di follow-up e radiologi esperti in patologie toraciche. Tuttavia, quando lo screening è ben organizzato, l’equilibrio tra rischi e benefici è nettamente a favore dei benefici.

Oltre allo screening, è fondamentale ricordare che la prevenzione primaria resta la strategia più efficace. Smettere di fumare riduce drasticamente il rischio di sviluppare un tumore del polmone, anche dopo molti anni di dipendenza. Interventi su stili di vita, attività fisica, qualità dell’aria domestica e consapevolezza del rischio sono tutti elementi essenziali. Lo screening non deve sostituire la prevenzione, ma affiancarla, soprattutto nelle persone che hanno accumulato un’esposizione significativa al fumo.

Un ruolo cruciale spetta anche ai medici di famiglia, che rappresentano il primo punto di contatto per la popolazione anziana e per i pazienti fragili. Sono loro che possono orientare correttamente i cittadini verso i centri che eseguono la TAC spirale a basso dosaggio, spiegare i criteri di idoneità, valutare la storia del fumo e accompagnare il paziente nella comprensione dei risultati. Una maggiore collaborazione tra pneumologi, radiologi, oncologi e medicina generale potrebbe migliorare significativamente la diffusione dello screening nel nostro Paese.

In conclusione, lo screening del tumore del polmone rappresenta una grande opportunità per la salute pubblica italiana. Ampliarne l’accesso, semplificarne i criteri e informare correttamente la popolazione potrebbe portare a una riduzione sostanziale della mortalità. Per molte persone, una TAC a basso dosaggio potrebbe fare la differenza tra una diagnosi precoce, curabile, e una scoperta tardiva, quando le possibilità terapeutiche sono limitate. È un investimento di salute che può salvare migliaia di vite ogni anno.

dicembre 2025

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