Atteggiamento religioso ed impatto sulla salute delle persone

Fin dall’inizio della storia dell’umanità, il rapporto tra religione, medicina e salute, è stato strettamente correlato. Non a caso, la storia della religione, la storia della stessa medicina e gli aspetti della stessa salute nelle differenti popolazioni, sono stati sempre un aspetto affascinante della storia dell’umanità.

Soltanto negli ultimi decenni, i tre ambiti sono stati separati, e questa separazione è avvenuta in particolare soprattutto nelle Nazioni sviluppate, mentre nei paesi in via di sviluppo, questo fenomeno è sicuramente minore o addirittura assente.

Negli ultimi anni questa separazione ha provocato una profonda trasformazione nella formazione del personale sanitario, dove, l’aspetto religioso o spirituale del paziente non viene minimamente preso in considerazione, in quanto considerato non importante nell’approccio medico alla cura e all’assistenza in generale.

Nonostante questo rifiuto verso gli aspetti religiosi o spirituali dei pazienti, esistono comunque numerosi studi che hanno cercato di approfondire l’importanza di questo aspetto sulla salute non solo dei singoli ma dell’intera popolazione.

 

Quello che segue è la traduzione di un articolo pubblicato a questo link : http://www.huffingtonpost.com/entry/women-who-go-to-church-live-longer-harvard-study-finds_us_573b2ab6e4b060aa781b45e9

 

Secondo un recente studio, pubblicato recentemente sulla rivista JAMA Internal Medicine, effettuato all’Università di Harvard, le donne che partecipano a funzioni religiose, tendono a vivere più lungo.

Questa affermazione naturalmente non comporta automaticamente che l’effetto osservato sia dovuto all’opera di un essere superiore o di  Dio. In particolare in questo studio, è stato visto che, le donne che hanno partecipato a servizi religiosi più di 1 volta a settimana nel corso degli anni,  presentavano il 33% in meno di probabilità di morire durante uno studio di quasi 16 anni, rispetto ad un campione di donne che non hanno mai partecipato a servizi religiosi (T.H.Chan School of Public Health). Da questo studio si evidenzia che le donne che hanno partecipato frequentemente alle funzioni religiose, presentavano un evidente minor rischio di mortalità sia da malattie cardiovascolari che da tumori. È possibile che Dio premi le persone religiose osservanti?

La risposta è più complessa. “I risultati del nostro studio suggeriscono che vi è un aspetto importante per quanto riguarda la partecipazione ad eventi religiosi rispetto alle persone che presentano una spiritualità individuale non condivisa con altri.” ha detto Tyler Vander Weele, professore di epidemiologia all’Università Di Harvard

di T H. Chan School, e autore dello studio.

La frequenza delle persone a servizi religiosi condivisi, aumenta chiaramente il sostegno sociale, offre un senso di inclusione in una comunità e diminuisce molto la depressione e senso di solitudine.

Secondo alcune statistiche, quasi il 40% degli americani partecipa a eventi religiosi quasi 1 volta a settimana.

Questa, non è la prima ricerca che affronta la correlazione tra aspetto religioso e diminuzione della mortalità.

In questo studio si è cercato di affrontare la correlazione tra partecipazione  a eventi di culto e miglioramento della salute.

Secondo altri studiosi, questa correlazione può non esser vera, per la cosiddetta “casualità inversa”. Per casualità inversa si intende: situazione dove non è possibile stabilire una relazione tra causa ed effetto.

In base a questo concetto, si potrebbe sostenere, che solo coloro che sono in buone condizioni fisiche, possono effettivamente partecipare alle funzioni,e quindi la partecipazione delle persone è già di per se condizionata dallo stato di salute migliore.

In questo studio appena pubblicato, si è cercato di superare queste critiche utilizzando una metodologia molto rigorosa, controllando attentamente le motivazioni di partecipazione, correlandole alla mortalità su un campione di persone molto più ampio, ed effettuando controlli nel tempo sia sulla partecipazione ai servizi religiosi, sia sugli aspetti sanitari delle persone coinvolte.

La ricerca ha preso in considerazione, tra il 1992 fino al 2012, circa 74.534 donne che hanno partecipato a uno studio sulla salute sul personale infermieristico. Le infermiere coinvolte hanno riempito i questionari rispondendo a domande sulla loro dieta, stile di vita e salute, ogni 2 anni, e hanno risposto ogni 4 anni circa la frequenza con cui partecipavano a servizi religiosi. I ricercatori hanno poi incrociato i dati a seconda della dieta, l’attività fisica, il consumo di alcol , il fumo, l’indice di massa corporea, l’integrazione sociale, la depressione, la razza e l’origine etnica. I limiti di questo studio sono in parte dovuti al campione che consisteva prevalentemente da donne di razza bianca e di religione cristiana e quindi i risultati non sono automaticamente applicabili alla popolazione generale.

Inoltre il campione includeva solo infermiere di nazionalità statunitense con uno status socio economico simile, e che in genere mostrano una particolare attenzione alla propria salute. I risultati indicano che, confrontando tra di loro infermiere e che non presentavano alcuna partecipazione ad attività religiosa, rispetto ad un campione simile che dichiarava una partecipazione di più di 1 volta a settimana, presentavano un 33%  di rischio minore di mortalità durante tutto il periodo dello studio, e hanno presentato una sopravvivenza media di 5 mesi più lunga rispetto al primo gruppo.

Inoltre le infermiere che dichiaravano di frequentare funzioni religiose solo per 1 volta a settimana, presentavano un rischio di mortalità minore del 26% ,e le infermiere che dichiaravano una scarsa partecipazione ( meno di 1 volta a settimana) presentavano un rischio minore solo del 13%.

Nello studio gli autori concludono che :

“ La religione e la spiritualità rappresentano una risorsa sottostimata che i medici dovrebbero prendere in considerazione come strumento per aiutare i propri pazienti ”.

http://www.hindawi.com/journals/isrn/2012/278730/